C'è un momento preciso in cui ho smesso di fare finta. Era una mattina di novembre, grigia come quelle mattine che arrivano senza chiedere il permesso. Stavo seduto davanti al computer, con un bicchiere d'acqua che non avevo ancora toccato. Fuori, il vento trasportava foglie che non sapevano ancora dove andare.
Avevo aperto il telefono. L'avevo aperto e richiuso tre volte, prima di decidermi a guardare la schermata dei messaggi. I nomi dei miei figli erano ancora lì, immobili, come fotografie incorniciate in una stanza che nessuno abita più. L'ultimo messaggio inviato portava la data di due settimane prima. Come tutti quelli che l'avevano preceduto, era rimasto senza risposta.
Ho messo giù il telefono.
Ho guardato il bicchiere.
E poi è successa una cosa strana: ho pianto. Non in modo appariscente, non con i singhiozzi che ci si aspetta dal dolore che urla dentro. Ho pianto nel modo in cui piove a novembre, qui, in Sardegna — piano, senza interruzione, senza chiedere se sia il momento giusto.
Non lo dico mai, questo. A nessuno. Gli amici chiedono dei figli con quella leggerezza cortese che si usa per quegli argomenti che si presuppone siano felici. Io rispondo sempre con qualcosa di vago e un sorriso storto: chi li sente più. E se insistono, aggiungo che almeno uno dei due, sino a qualche mese fa, un augurio per le feste lo mandava ancora — ora, nemmeno quello. Un muro sottile ma solido, fatto di silenzi.
Un muro che regge. Che continua a reggere, da anni.
Ma quel mattino, in cucina, da solo, con il vento e le foglie che non sapevano ancora dove andare, il muro ha ceduto. Solo per qualche minuto. Solo per me.
La paura, che tengo nascosta, non è quella di aver sbagliato — su quello, ho fatto i conti da tempo, con tutta l'onestà che riuscivo a raccogliere. La paura vera, quella che non trova mai le parole giuste per uscire, è un'altra: che il silenzio dei miei figli non sia solo una fase. Che non sia rabbia o dolore elaborato male o il tempo che ancora manca. Che sia invece una scelta definitiva, silenziosa e irrevocabile, come certe porte che si chiudono senza sbattere ma che non si apriranno mai più.
Quella mattina, mi sono permesso di pensarla fino in fondo, quella cosa che di solito spingo via, non appena si affaccia. Me la sono tenuta davanti, senza distrarmi, senza cercare conforto nei soliti pensieri di ripiego. Prima o poi torneranno. Hanno bisogno di tempo. Perché il tempo aggiusta tutto.
Quella mattina, però, non l'ho pensato.
Ho pensato, invece, che forse non torneranno. Che forse il tempo non aggiusta tutto. Che ci sono ferite che non guariscono — non perché qualcuno sia malvagio, ma perché la vita, a volte, prende direzioni che nessuno aveva scelto davvero. E quelle direzioni diventano abitudine e, l'abitudine, diventa distanza e, la distanza, diventa silenzio.
Ho pianto ancora un po'. Ho riallacciato le scarpe e sono uscito.
Il vento era ancora lì. Le foglie avevano trovato dove andare.
Io no. Ma ci stavo provando e, questo, mi sono detto, è già qualcosa. È forse l'unica cosa su cui si possa ancora contare: non il ritorno, che si spera, non la certezza, che non arriva, ma il movimento, piccolo e ostinato, di chi cammina anche quando non sa bene in quale direzione.
Ho rimesso il telefono in tasca. Non l'ho riaperto.
Poi, ho camminato lungo il mare.