Ieri sera guardavo la televisione e ho vissuto una di quelle serate in cui lo sport riesce a farti dimenticare tutto il resto. Due ori europei in poche ore, in due discipline diverse, in due città diverse. Dariya Derkach, oro nel salto triplo agli Europei di atletica a Birmingham. Sara Curtis, oro nei 50 dorso agli Europei di nuoto a Parigi — con il record del mondo, stabilito due volte: prima in semifinale, poi in finale.
Due imprese straordinarie, con due donne straordinarie. Due italiane.
Stamattina mi trovavo in un negozio di elettrodomestici. Su alcuni televisori scorrevano le immagini dell'intervista a Sara Curtis, raggiante con la medaglia al collo. Ho sentito una persona vicino a me commentare a bassa voce: "Però non sembra italiana."
Ho chiesto perché.
"Boh, si vede dal colore. Non è come le italiane."
Ho tirato fuori il telefono. Ho cercato una foto di Dariya Derkach con la medaglia al collo — sorridente, bionda e con gli occhi chiari. Ho mostrato l'immagine alla persona e ho detto: "Meno male che ieri abbiamo vinto anche quest'altra medaglia."
"Ecco, vede — questa sì che si vede italiana."
A quel punto, ho deciso di raccontare la storia delle due atlete. Dariya Derkach è nata a Vinnycja, in Ucraina. È arrivata in Italia con i suoi genitori nel 2002, quando aveva nove anni. Ha aspettato anni per ottenere la cittadinanza italiana, rifiutando nel frattempo le proposte di gareggiare per l'Ucraina, per la Spagna, per il Qatar. Voleva solo la maglia azzurra. Solo quella.
Sara Curtis invece è nata a Savigliano, in provincia di Cuneo. Padre italiano, madre nigeriana. Italiana dalla nascita, italiana per ogni definizione giuridica, sportiva e umana che esista.
La persona mi ha guardata in silenzio.
Le ho fatto una domanda sola: "Cosa dà più italianità — il colore della pelle o essere nata in Italia con un genitore italiano?"
Non mi ha risposto e si è allontanata con passo incerto.
Quella domanda però è rimasta lì, nell'aria del negozio, e continua a rimbalzarmi in testa.
Perché il problema non era quella persona. Il problema è che quella domanda — così ovvia, così elementare — in Italia non ha ancora una risposta condivisa. Abbiamo leggi sulla cittadinanza che non riconoscono come italiani bambini nati e cresciuti qui, che parlano italiano, che sognano in italiano e che desiderano solo indossare la maglia azzurra. Abbiamo uno sguardo collettivo che ancora, troppo spesso, cerca l'italianità nel colore della pelle invece che nella storia, nei valori o nell'appartenenza vissuta.
Dariya ha aspettato anni per diventare italiana sulla carta. Sara lo è dalla nascita ma, agli occhi di qualcuno, "sembra" poco italiana rispetto alla collega bionda.
Ma entrambe, ieri, hanno fatto piangere di gioia un Paese intero.
Forse è il momento che quel Paese smetta di chiedersi chi "sembra" italiano e cominci a guardare chi sceglie di esserlo — con il cuore, con la fatica e con la medaglia al collo.
L'Italia è già plurale. Dobbiamo solo avere il coraggio di riconoscerlo.
#ItaliaDiTutti #Identità #Cittadinanza #Derkach #SaraCurtis #SportItaliano #IusScholae #DiversitàÈForza #AzzurreDiTuttiIColori #ItaliaCheCambia
(fonti anagrafiche: Wikipedia - testo: redatto con l'ausilio di AI - foto: copyright Ansa, riedizione grafica AI)